Il 4 febbraio sono tornata a discutere del caso Crans Montana, focalizzando lโattenzione sulla gestione dei giovani testimoni durante lโincidente probatorio. Esiste un confine sottile tra l’esercizio del diritto alla difesa e la tutela della dignitร del testimone vulnerabile, un confine che la scienza forense moderna ha il dovere di presidiare.
La memoria non รจ un archivio statico di dati, ma un processo dinamico suscettibile agli stimoli ambientali. In un contesto giudiziario asettico e formale, la psiche del teste puรฒ reagire attivando meccanismi di difesa neurobiologici che inibiscono l’accesso ai ricordi coerenti. Le incongruenze narrative che ne derivano sono spesso il risultato di un cortocircuito emotivo, non di un tentativo di mendacio. Tuttavia, proprio queste frammentazioni rischiano di essere strumentalizzate per invalidare la testimonianza.
L’adozione di protocolli scientifici rigorosi e di modalitร protette โ come previsto dalla Direttiva 2012/29/UE e dalla Carta di Noto โ non รจ una concessione etica, ma una necessitร metodologica. Un ambiente non protetto non solo aggrava la sintomatologia traumatica (PTSD) del teste, ma compromette lโobiettivitร della prova stessa, producendo resoconti poveri di dettagli e vulnerabili a errori di monitoraggio della fonte.
Bilanciare il diritto alla prova con la protezione della vulnerabilitร รจ la sfida principale della giustizia odierna. Trattare una psiche ferita come un freddo database di informazioni รจ un errore tecnico prima ancora che umano, che rischia di trasformare lโaccertamento della veritร in una forma di violenza istituzionale.
